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La fabbrica del liquore

Così il Masaniello diventò la bevanda d’eccellenza in Costiera
di VITO PINTO 02 agosto 2015

Non v’è oggi in Costiera Amalfitana un solo ristorante che, al termine del pranzo, non offra un bicchierino di limoncello ben ghiacciato, liquore digestivo e corroborante dal fragrante aroma, a base di pregiato prodotto costiero: lo sfusato amalfitano. Il limoncello è entrato, ormai, a far parte del menu locale e viene prodotto o in proprio dai ristoranti o da alcune fabbrichette. A questo si è aggiunta tutta una serie di altri liquori “artigianali” come il Concerto e il Nocino, per non parlare del Finocchietto e del Nanassino, specialità, questa, al fico d’india esclusiva del ristorante Bacco a Furore, quello in cui Anna Magnani piazzò un piatto di “ferrazzuoli” sulla faccia di Roberto Rossellini.
Una volta, però, quando non tutti sapevano farsi in casa il rosolio o liquore di limone, a Vietri sul Mare vi era una fabbrichetta che produceva un “liquore di fantasia a base di agrumi della Costiera Amalfitana, di colore rosso rubino chiamato “Masaniello”; un nome brevettato dal suo “inventore” e produttore che aveva voluto dedicare il liquore al suo più noto concittadino, quel Tommaso Aniello detto Masaniello, pescatore di Atrani, rivoltoso capopolo e ingenuo viceré napoletano.
Quel “Gran Liquore”, come si poteva leggere sull’etichetta ormai storica, era una “Specialità della Premiata Distilleria Liquori Giuseppe Ferrigno fu Francesco”, con sede a Vietri sul Mare in Piazza Matteotti, meglio conosciuta come “for’o fort(e)”.
Per reclamizzare il “Masaniello” don Peppe Ferrigno aveva fatto realizzare una splendida locandina, che aveva il fascino delle immagini antiche, dei costumi napoletani, esaltati da brillanti colori.
Don Peppe aveva iniziato a lavorare come commerciante di cruscami e, nel suo girovagare, aveva conosciuto una giovane e bella calabrese, discendente da una famiglia baronale. Se ne innamorò e la sposò. Don Peppe era un gentiluomo, di quelli veri di una volta che oggi è rarissimo incontrare, tanto che, sistematicamente, comprava e riconsegnava al suocero le proprietà che questi perdeva al gioco.
Era la fine degli anni venti quando don Peppe passò nel campo dei liquori, mettendosi in società, a Cava de’ Tirreni, con un certo Di Lieto. Ben presto, però, restò solo e nel 1932 iniziò la produzione di liquori a Vietri sul Mare, in locali ricavati da uno sbancamento di un terrapieno situati dove ora è lo svincolo dell’autostrada Napoli-Salerno.
Erano cinque locali in tre dei quali era la distilleria: a seguire, vi era il panificio di Gaspare Pinto, quindi il negozio di ceramiche dei Solimene. Nell’angolo con il settecentesco palazzo vi era una croce a ricordo di una missione dei Padri Passionisti, a seguire il bar di “Nunziata”. Di fronte a quei locali, all’inizio della strada amalfitana, vi era una lunga teoria di sontuosi platani, all’ombra dei quali sostavano le carrozze con cavallo in attesa dei “forestieri” che giungevano alla stazione di “Vietri-Amalfi”, come recitava il cartello delle Ferrovie dello Stato.
Il liquorificio prosperava ed ebbe un limitato fermo solo durante la guerra, “perché – ricordava il nipote Pino – non si riusciva sempre a trovare l’alcole”.
Dai lucidi alambicchi di rame iniziarono ad uscire prima le essenze e gli estratti, poi i liquori. Erano una dozzina le varietà che si producevano e ci fu anche una vicenda giudiziaria, che vide protagonisti i Ferrigno e gli Alberti, produttori beneventani del famoso “Strega”. Secondo gli Alberti l’etichetta del liquore “Sfinge” dei Ferrigno copiava quella dello “Strega”. Ovviamente tutto si concluse con la pace, perché don Peppe, con molta sagacia, preferì cambiare etichetta invece di “imbarcarsi in una causa”.
Oltre al Masaniello, la Ferrigno produceva anche il Settebello, il cui brevetto era stato acquistato in sede di fallimento della ditta Alvigi di Salerno. E nel listino non mancava il Fiore Alpino, con la caratteristica bottiglia allungata al cui interno era un bellissimo ramo coperto da cristalli di zucchero. Don Peppe Ferrigno morì nel 1948, ma la sua opera fu continuata dal figlio Michele che, dalla metà degli anni ’50 e sino al 1962, portò l’azienda a fatturati record per l’epoca: 45 milioni annui, dando lavoro ad una dozzina di operai nella distilleria di “for’o dort(e)”.
Nel 1954 l’alluvione distrusse i locali e la ditta, temporaneamente, si trasferì in alcuni ambienti di Corso Umberto. Poi l’espropriazione del 1962 da parte dell’ANAS per la costruzione dello svincolo autostradale fece trasferire la distilleria in alcuni locali di Via Mazzini.
Ma fu come se una vecchia e nobile pianta fosse stata estirpata per essere trapiantata altrove, trapianto che non riuscì, perché era venuto meno l’humus originario, lo spirito di famiglia che aveva aleggiato in quegli anni di duro lavoro postbellico.
Per la “Premiata Distilleria Liquori Giuseppe Ferrigno fu Francesco” cominciò la fine: il liquore “nostrano” veniva superato dal whisky e dal brandy, che facevano molto chic. Tutto era molto americano, tutto era “dolce vita”!
A questo, come spesso succede in Italia, va aggiunta l’esosità del fisco e dei dazi, e una sleale concorrenza di chi produceva e smerciava a nero.

Don Michele Ferrigno – che per anni aveva percorso la Campania e le vicine Basilicata e Calabria a bordo di una “Ardea”, indossando un cappellino che lo faceva molto “inviato al Giro d’Italia”, era ormai stanco e il figlio, terza generazione, era demotivato. Così nel 1968 la Premiata Distilleria chiuse definitivamente i battenti. Gli alambicchi furono raffreddati e il lungo becco smise di gocciolare.

Restarono nella memoria storica qualche bottiglia in casa di collezionisti e qualche etichetta con su scritto “Settebello” o “Gran Liquore Masaniello”, la cui fantasia di agrumi resta un segreto dei tempi in cui le cose sapevano di buono e di autentico.

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Ecco il primo giorno

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Era un di’ …. il 22 Aprile 2015…. a Massa di Somma provincia di Napoli, nasceva un bel pargolo, dai capelli biondi e occhi chiari, che ben presto sarebbe diventato una celebrità (ne lui ne i suoi genitori avrebbero inmaginato)….

Oggi, sei diventato un ometto di 4 anni, protetto dall’affetto di Mamma e Papà..

I nonni, i zii e le zie proteggono te e i tuoi genitori.. riempiendo le tue giornate con amore e giocattoli a volontà.

Oggi, e’ la tua mamma  che pensa  a come lavarti,  a  curarti, a  darti da  mangiare, a vestirti…. Un giorno lo farai da solo…

Da solo dovrai farti strada, la strada del tuo futuro… Ma dietro di te ci saranno sempre Mamma e Papà, con tutto il loro amore.

Torta cuor di mela : la Torta di pasta frolla ripiena di mele


La Torta cuor di mela è un dolce alla frutta semplice e goloso, che si ispira ai Cuor di mela, i famosi biscotti di pasta frolla ripieni di mele cotte! Ve li ricordate? Questa torta di mele è praticamente identica! Le mele prima cotte nello zucchero e cannella vengono poi racchiuse in uno scrigno friabile di pasta frolla! una Torta ripiena di mele dal contrastoguscio caramellato – cuore tenero deliziosa! Che per la forma chiusa ricorda la Apple pie americana per il ripieno cremoso e morbido, la Crostata di mele e crema! Immaginate quindi che bontà divina! Per la ricetta, mi sono ispirata ai frollini del Mulino bianco. Utilizzando la mia frolla speciale, che potete fare anche senza burro! E’ una Tortafacilissima, che si prepara in poco tempo e volendo, anche in antipico! Potete infatti realizzare sia l’impasto che il ripieno anche in momenti diversi, conservare in frigo e poi assemblare il dolce al momento! La Torta cuor di mela è l’alternativa squisita e genuina alla classica Torta di mele soffice perfetta per la prima colazione e la merenda, ideale anche per i bambini da trasportare nello zaino della scuola!

Piccoli Tagli di Vita

Quando tempo è passato dal quel giorno 28 giugno 2000, sembra ieri, tenendoci teneramente tra le mani….pronunciando timorosamente il Si della vita.

Quante avventure abbiamo vissuto, quante tempeste abbiamo affrontate, alternate da mari calmi e sereni.

Gli ostacoli della vita, gli abbiamo affrontato sempre con forza e tenacia, ad ogni caduta ci alzavavamo più forti di prima, più maturi di prima.
…. Niente e nessuno poteva impedirci di raggiungere la nostra meta….quello di costruire insieme al nostro amore, una famiglia

Oggi altre avventure, non più soli ma in tre….sempre con forza e tenacia affronteremo…

…..La forza della vita, della lotta, della speranza e dell’amore….

Torrone dei morti

Alla Commemorazione dei Defunti: il torrone dei morti, un dolce a base di cioccolato e nocciole che si prepara in Campania nei primi giorni di novembre.


In Campania, secondo l’antica tradizione culinaria partenopea, in occasione della ricorrenza di “Ognissanti” e della Commemorazione dei defunti, si prepara il cosiddetto “torrone dei morti”, così chiamato in onore di Antonio da Casoria.

Era un omaggio che i vivi preparavano per i defunti per il loro viaggio ed un dono che i defunti stessi, a loro volta, offrono dal cielo.

Si tratta di un torrone diverso da quello classico, la cui forma ricorda la cassa del defunto: l’ingrediente base è il cioccolato, fondente per la coperta ed al latte o bianco per l’interno. Si aggiungono le nocciole ed una crema per addensare. Oltre al classico gusto alla nocciola, ci sono molte varianti: al caffè, alle mandorle, ripieno di riso soffiato, al cocco e così via.

Preparazione di un classico torrone dei morti al gusto di nocciola, seguendo l’antica ricetta.

Ingredienti

  • 300 gr di cioccolato fondente
  • 300 gr di cioccolato bianco
  • 300 gr di crema alba
  • 200 gr di nocciole intere sgusciate
  • 2 cucchiaini di pasta di nocciole

Procedimento

Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente. Prendete uno stampo per torrone e rivestitelo con cura con il cioccolato fondente e mettetelo nel frigo per almeno mezz’ora in modo tale che si indurisca.

Sciogliete, in un’altra ciotola, il cioccolato bianco, lasciate raffreddare per qualche minuto ed aggiungete la crema alba (un preparato dolciario che viene utilizzato per rendere morbido il cioccolato nei ripieni dei cioccolatini e del torrone morbido) due cucchiaini di pasta di nocciole e le nocciole. Amalgamate il tutto e versate nello stampo. Lasciate in frigo per circa 4-5 ore in modo che il composto si compatti e solidifichi.

Togliete il torrone dallo stampo facendo una leggera pressione dei lati ed adagiatelo su un vassoio rettangolare.

Pasta e fasul


Eduardo De Filippo in “Natale in Casa Cupiello” diceva: “Io lo so che quando si fanno i fagioli in casa mia si fanno che possono bastare per tre giorni, perché ci piace di mangiarli freddi al giorno appresso, e pure riscaldati la sera..’a matina pe’merenda”

Pasta e fagioli

Quando nacque questo “magnifico” incontro? Circa 2000 anni fa. Si tratta, infatti, di una pietanza molto antica: all’epoca dei Romani, prima dell’arrivo della pasta secca, erano già presenti le zuppe di fagioli, cucinate con ortaggi e spezie, all’interno delle quali ci si inzuppava il pane. Proveniente dalle cucine dei braccianti e contadini, è un piatto economico e allo stesso tempo nutriente, ricco di carboidrati e proteine. A quei tempi questo legume era consumato abitualmente ma non veniva ritenuto un cibo prelibato. Virgilio lo chiamava “vilem phaseulum” perchè abbondante, non per pochi eletti, e per questo non degno di dare il proprio nome alle illustri famiglie (al contrario di altri legumi: Pisoni-piselli, Lentulo-lenticchie, Fabia-fava). Durante il Medioevo, la facilità della sua coltivazione e le notevoli 

proprietà nutritive lo resero un alimento del popolo e dei conventi: veniva utilizzato come ingrediente nelle zuppe o come contorno di carni con le quali veniva cotto. In Francia veniva chiamato “mongette”, in Italia “fasselo o fasolo” (da cui la variante dialettale napoletana “fasul”). 

Esistono diverse varianti regionali di questa pietanza, tanto è vero che non è possibile definire con certezza quale sia la sua origine, ma naturalmente, non poteva mancare la versione napoletana: si tratta, infatti, di uno dei primi piatti più amati dal popolo partenopeo. Una particolarità della versione napoletana è che la pasta viene cotta direttamente insieme ai legumi, invece di essere cotta a parte e poi aggiunta ai fagioli. Con questa preparazione tutto l’amido della pasta, che andrebbe invece perso scolando la pasta, viene conservato. Un’altra caratteristica della versione napoletana è che la pasta deve essere rigorosamente mista (a Napoli si chiama “la munuzzaglia)”, mentre il fagiolo deve essere quello bianco, ovvero il cannellino, che unito alla pasta crea un sugo più denso e cremoso (“azzeccato” in napoletano). A tal proposito, a fine cottura, è importante che la pasta riposi, nel piatto o nella pentola, per qualche minuto prima di essere mangiata. È chiaro dunque, che nella versione partenopea, questo piatto non deve essere assolutamente brodoso. Di pasta e fagioli ne esistono due versioni: c’è chi la preferisce bianca e chi con il pomodorino. Molto popolare, nella cucina napoletana, è anche l’aggiunta delle cotiche o delle cozze per rendere la pietanza più ricca. Che sia bianco, rosso, con le cotiche o con le cozze, si tratta di un piatto talmente buono che si usa mangiarlo anche freddo. Eduardo De Filippo in “Natale in Casa Cupiello” diceva: “Io lo so che quando si fanno i fagioli in casa mia si fanno che possono bastare per tre giorni, perché ci piace di mangiarli freddi al giorno appresso, e pure riscaldati la sera.. ‘a matina pe’ merenda” . 

Per la ricetta napoletana NapoliToday ha chiesto consigli a Paola de Rosa, esperta e appassionata della tradizione culinaria partenopea.

Ingredienti per 4 persone:

 • 350 g. di fagioli cannellini

 • 300 g. di pasta mista

 • 4/5 pomodorini

• 1 costa di sedano

 • 1 spicchio d’aglio

 • 1 cucchiaio d’olio extra vergine d’oliva

 • Sale e Pepe q.b.

Procedimento:  

Mettere a mollo i fagioli in acqua fredda per 12 ore prima della preparazione. Versarli successivamente in una pentola e ricoprirli con acqua, portarli in ebollizione. Quando il bollore è molto forte, abbassare la fiamma e lasciarli cuocere coperti per un’ora e mezza. Dopo aver lessato i fagioli, in un’altra pentola versare l’olio, l’aglio, il sedano e i pomodorini, e far cuore il tutto a fuoco lento senza far soffriggere. Dopodiché aggiungere i fagioli con la loro acqua di cottura, lasciarli sobbollire per altri 20/25 minuti. Versare la pasta mista (se ce n’è bisogno aggiungere un altro poco di acqua) e lasciar cuocere girando il tutto con un cucchiaio di legno per evitare che la pasta si attacchi al fondo. Quando la pasta e i fagioli cominceranno ad amalgamarsi, spegnere il fuoco e aggiungere il pepe. Mescolare e lasciar riposare per circa 5 minuti. Versare nei piatti aggiungendo un pò di prezzemolo o basilico fresco… Buon appetito!

Un Giorno da…

Era un di, non ricordo il mese…Ero molto agitato…non so bene il motivo.

Al mattino al lavoro tutto ok, anzi avevo avuto una bellissima conversazione con una signora di mezza età. Un tipo fine, signorile, professoressa di greco in pensione. Mi raccontava i suoi anni percorsi nella scuola, nel insegnamento ci metteva tutta l’anima…

Alternando tra periodi alti e periodi bassi, i suoi problemi familiari, riusciva sempre a portare avanti nei programmi tutti i ragazzi.

Il pomeriggio, dopo pranzo d’obbligo, il sonnellino pomeridiano, ristorare delle fatiche mattutine. Nel tardo pomeriggio, uscita con la famiglia. Scorse infinite tra i vari negozi per acquisti di generi alimentari.

La sera, dopo cena, mi gustai la visione di un vecchio film su Rai Uno, non ricordo il titolo, ma ricordo che morii di risate a crepa cuore…..la moglie sistemava le stoviglie lavate con la lavastoglia è il pargolo giocava con i suoi giocatoli preferiti.

(Continua…)